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Lasciamo che il corpo faccia “il meglio”

Ho spesso sottolineato il fatto che nell’uomo è presente una sorta di meta-intelligenza, una realtà puramente spirituale che conosce tutta la propria storia. Nel fisico abbiamo la registrazione della memoria, non la memoria stessa. È da matti pensare che la materia abbia una qualche conoscenza e che possa agire in autonomia! Eppure questo pensiero è alla base della scienza moderna; che poi questa materia che forma il corpo fisico si comporti in un modo piuttosto che in un altro è dato al “caso”. Cioè se l’uomo è così com’è è “per caso”, una serie di combinazioni fortuite o la lotta per la sopravvivenza, come diceva Darwin.
Un dogma assurdo!
E’ proprio incredibile che una scienza che pretende di essere esatta, ad un certo punto del ragionamento inserisca la parola “caso”, che null’altro è se non un vuoto del pensiero.
E se provassimo a pensare che invece tutto è “voluto”?
Proviamo per un attimo a dirci: nella mia vita Io ho voluto questo corpo, Io mi sono scelto questi genitori, questa moglie o marito, questi amici, Io ho fortemente voluto questa malattia.
Lo so, suona difficile da accettare e anche terribile per il nostro pensare. Però, se vogliamo essere onesti, dobbiamo dire che l’unica alternativa al “caso” è lo “voglio”; in altre parole se un qualsiasi fatto non succede per caso, deve per forza succedere per scelta. Da qui non si scappa.
Se dentro di noi sentiamo che la parola “caso” ha in sé qualcosa che non va, che istintivamente non ci convince perché in fondo non vuol dire nulla, perché dire “caso” è come dire “smetto di pensare”, allora devo pormi di fronte al concetto della “volontà”, della scelta di ciò che è meglio per me.
Ma chi sceglie?
Non certo io in quanto realtà cosciente del mondo sensibile.
A questo punto dell’evoluzione, in epoca di materialismo dove l’uomo ha la coscienza della sola vita presente, è ovvio che l’io voglia il meglio più facile e più godibile. Vivendo una volta solo voglio godermela il più possibile. E se vivo una volta solo questo io cosciente è più che sufficiente. Ma se ampliamo il nostro pensare e, per esempio, proviamo a dire che io sono sempre esistito, ancora prima di nascere; che ho alle spalle un lungo percorso, che sono tornato giù con un preciso programma, con dei talenti da sviluppare, allora posso parlare di un Io superiore con una coscienza assai più vasta dell’ego.
La sofferenza nasce proprio dal contrasto, dalla separazione tra i due. Questa è l’essenza di quest’epoca che chiamiamo di materialismo, l’aver perso la propria identità spirituale (uso questo termine per definire qualcosa che non vedo, non tocco, non percepisco ordinariamente).
A questo punto ci possiamo chiedere: ma se esiste veramente questo Io superiore, perché non lo percepiamo? Perché è nascosto?
Proprio qui ci addentriamo nel mistero dell’evoluzione dell’umanità ed osserviamo che il progetto divino prevede per l’uomo la discesa al punto più basso di coscienza per poterla riconquistare per “libera scelta” di ognuno. In altre parole la realtà dello spirituale si mostra a chi la cerca, a chi la vuole ritrovare perché capisce che quella che ci viene propinata in questo momento non basta più, non soddisfa fino in fondo, non risponde alle domande che ogni uomo prima o poi si pone.
Ritornando ai concetti di cura e di guarigione è assolutamente evidente che questi pensieri modificano radicalmente l’approccio terapeutico.
Le frasi tipo “malattia da sconfiggere” o “male da debellare” diventano prive di senso.
E’ arrivato il momento di cambiare rotta, di parlare di “facilitare un processo di trasformazione”, di “lavorare con il corpo, anziché imporre cambiamenti forzati su di esso”.
Facilitare significa “lasciar fare”; cioè sviluppare una tecnica in cui si creano le condizioni affinché il corpo possa fare il meglio per se stesso in quel preciso momento.